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ESSERE AL SICURO È SPAVENTOSO

di Caterina Guadagno

BEINGSAFEISSCARY. Essere al sicuro è spaventoso. Banu Cennetoglu, artista turca, presentava la sua opera nel 2017 incisa sull’architrave del Fridericianum a Kassel, durante documenta 14, portando così in una delle maggiori manifestazioni di arte contemporanea la memoria della giornalista curda Gurbetelli Ersoz. Questa traccia si è parzialmente e temporaneamente appropriata della facciata segnando una soglia invisibile, un passaggio verso un’intuizione.

ESSERE

ESSERE AL SICURO È SPAVENTOSO
ESSERE AL SICURO È SPAVENTOSO

Le istituzioni artistiche dell’Occidente, i suoi musei, le biennali, non sono luoghi neutri. Templi della cultura e della conoscenza, levigati in secoli di tradizione e innovazione, hanno contribuito, insieme a critici, storici, curatori, collezionisti, e perfino pubblici, alla costituzione di un canone artistico dominante: l’Arte è opera dell’artista uomo occidentale, borghese, eterosessuale. Tutto ciò al di fuori del canone non trova uno spazio per potersi esprimere. Le voci che rivendicano la visibilità nel mondo dell’arte ricercano uno spazio non tanto per identificarsi, quanto piuttosto per essere presenti, essere riconosciuti e non confinati ai margini. Che valore ha questa visibilità in un sistema oppressivo? Che opportunità offre e che posizioni attribuisce all’interno di uno schema prestabilito, in una gerarchia in cui il canonico uomo bianco resta comunque all’apice?

ESSERE AL SICURO È SPAVENTOSO

Compariamo analiticamente le statistiche di opere di artisti ai margini, donne, artistə fluidə, non binarə, artistə non occidentalə, asiaticə, di colore, indigenə e altrə potrebbero essere citatə, presenti nei musei o nelle mostre delle biennali: le percentuali offrono una fotografia della realtà, delle sue effettive lacune e zone d’ombra, ma la ricerca di una parità numerico non necessariamente fornisce la soluzione al problema. Ciò che rischia di accadere aggiungendo a una collezione una stanza che accoglie le opere delle artiste donne di colore britanniche degli anni Sessanta e, a seguire, di simili, è di registrare una serie di ghetti nella storia dell’arte, o situazioni di categorizzazione entro determinati fattori di narrative complesse, intessute tra la storia locale e globale, l’identità e l’esperienza.

E se essere visibili potesse diventare un modo per avviare un dialogo, più complesso e difficile da affrontare, sull’inclusione e la diversità, basterebbe dedicare una sala in un museo a un gruppo di artistə in virtù del fatto che vengono visti come una minoranza? Le contrapposizioni tra concetti di maggioranza e minoranza, tra centro e margine, tra conforme e diverso, alimentano e incitano la formulazione di canoni alternativi e altrettanto limitanti. Queste differenze effettivamente esistono, ma l’accumulo di canoni, che etichettano e appiattiscono gli intrecci narrativi ed artistici di un’opera, non ci consente di affrontare una conversazione su ciò che ci rende unici e di liberarci, di conseguenza, dal canone. In un museo di diversità visibili e canonizzate ammireremo opere notevoli, ma non saremo comunque al sicuro.

Credits image 1: Banu Cennetoğlu, BEINGSAFEISSCARY, 2017, various materials, Friedrichsplatz, Kassel, documenta 14, photo: Roman März 

Credits image 2: Screenshot, Instagram, credits to @freeze_magazine

 

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