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Visual Identity di Sanremo: quando il design racconta una visione del mondo

Visual Identity di Sanremo: quando il design racconta una visione del mondo

La visual identity di Sanremo non è mai stata solo estetica. È sempre stata, anche quando non se ne parlava, una dichiarazione di intenti.

Guardare l’evoluzione grafica del Festival negli ultimi vent’anni significa leggere in filigrana le scelte artistiche, politiche e culturali di chi lo ha diretto. E Sanremo 2026 non fa eccezione.

Il logo come manifesto silenzioso

Il logo delle edizioni 2025-2026 firmate Carlo Conti riprende lo stile del Sanremo 2017 — l’ultima edizione che Conti aveva condotto prima del quinquennio Amadeus. Non è una coincidenza: è un segnale preciso.

Carlo Conti ha scelto un’identità grafica che funziona come un “template neutro”, uno spazio visivo pulito su cui proiettare le estetiche individuali dei singoli artisti. Il Festival non urla più la propria personalità visiva: si fa da parte, e lascia spazio alla musica.

Questo si riflette in ogni scelta grafica:

  • Tipografia: sans-serif contemporanea, senza grazie, senza ornamenti. Leggibilissima su qualsiasi formato — telefono, TV, billboard — ma volutamente priva di carattere forte. È una tipografia da sistema, non da poster.

  • Palette cromatica: si passa dal “living color” di Amadeus — colori vivaci, forme organiche, calore — al monocromatico metallico del 2025-2026. Il blu/azzurro rimane il colore istituzionale, ma declinato in toni più freddi, più tecnici, più “broadcast”.

  • Geometria: forme lineari, pulite, senza curve sinuose. Un’estetica che ricorda il design Bauhaus rielaborato in chiave digitale: funzione prima di tutto.

Il confronto con l’era Amadeus: due filosofie opposte

Per capire davvero il Sanremo 2026, è utile il confronto diretto con l’era precedente:

  • Amadeus 2020–2024: Filosofia: il Festival è protagonista → Estetica: espressiva, emozionale → Colori: vivaci e caldi → Forma: curve organiche → Messaggio: “Siamo qui, guardateci”

  • Conti 2025–2026: Filosofia: la musica è protagonista → Estetica: neutra, istituzionale → Colori: freddi e metallici → Forma: linee rette → Messaggio: “Siamo qui per la musica”

Dal punto di vista del design, nessuno dei due approcci è sbagliato. Sono semplicemente due strategie comunicative diverse, ognuna coerente con la propria visione.

Il sistema grafico: TV, social e il problema del formato

Una delle sfide più interessanti del design contemporaneo è costruire un’identità visiva che funzioni su formati radicalmente diversi: il 16:9 della televisione, il 4:3 di alcuni post Instagram, il 9:16 verticale delle Stories e dei Reel, il formato quadrato dei thumbnail Spotify.

Sanremo 2026 risolve questo problema con un sistema di maschere grafiche a quattro fasce verticali in TV e due fasce sui social: un elemento modulare che si adatta ai diversi formati senza perdere riconoscibilità. Non è un trucco grafico banale — è design di sistema applicato alla realtà di un evento multi-piattaforma.

esempio post social e televisiva del cantanti

Il limite reale di questo sistema minimalista? La coerenza può trasformarsi in uniformità, e l’uniformità in invisibilità. Le foto degli artisti all’interno di questi contenitori perdono forza espressiva. È il rischio di ogni design system troppo essenziale.

Va detto, però, che la gestione visiva della continuità rispetto all’anno scorso è stata eccellente. Un piccolo appunto: alcuni effetti grafici — come le animazioni di luce sui testi sincronizzate al ritmo della sigla — risultano un po’ ridondanti. Si percepisce inoltre un certo riciclo di soluzioni già viste nell’edizione precedente, arricchite da qualche effetto nuovo ma non abbastanza da rinnovare davvero il linguaggio visivo. Mantenere la coerenza con la direzione artistica precedente è una scelta comprensibile — e in parte giusta — ma la narrazione visiva potrebbe osare qualcosa di più, senza tradire la direzione intrapresa.

Fonte della considerazione di cui sopra: Caffè Design

Narrazione cross-mediale: il Festival come ecosistema distribuito

Se la visual identity risponde alla domanda “come appare Sanremo”, la narrazione cross-mediale risponde a una domanda più complessa: dove vive Sanremo, e come si racconta in luoghi diversi nello stesso momento?

Television first — ma non television only

La Rai rimane il centro di gravità dell’ecosistema Sanremo. La trasmissione in 4K con una regia cinematografica costruisce il racconto principale. Ma questo racconto oggi è solo il punto di partenza.

Tra le nuove tecniche di ripresa spicca la spidercam che offre un punto di vista unico e aereo sul palco, contribuendo a rendere la regia sempre più cinematografica.

spericam utilizzata a Sanremo 2026

Dal punto di vista del design e della comunicazione video ciò che rende interessante Sanremo 2026 è la capacità di moltiplicare la narrazione mantenendo coerenza visiva tra canali con linguaggi completamente diversi.

I social: tre piattaforme, tre linguaggi

  • Instagram è il canale dell’identità visiva curata. È qui che vivono le foto ufficiali degli artisti, i grafici della classifica, i post con il sistema di maschere. Il linguaggio è controllato, estetico, istituzionale ma accessibile.

  • TikTok è il canale del caos produttivo. I momenti più iconici — una battuta di Conti, un’emozione sul palco — diventano clip verticali di 30-60 secondi. Qui la visual identity “istituzionale” quasi scompare: conta la spontaneità. Sanremo su TikTok non è il Festival della Rai: è il Festival della Generazione Z.

  • X (ex Twitter) rimane il canale del commento in tempo reale. È il luogo dove nascono le narrazioni secondarie — le polemiche, i tormentoni, i meme — che poi alimentano i contenuti degli altri canali.

Spotify: quando i dati diventano racconto

L’integrazione con Spotify rappresenta forse l’innovazione narrativa più interessante degli ultimi anni, e una delle meno discusse.

Per la prima volta nella storia del Festival, esiste un indicatore di consenso parallelo e in tempo reale rispetto al televoto: i dati di streaming. Una canzone può perdere il voto popolare ma dominare le classifiche di ascolto su Spotify — e questa tensione tra i due sistemi di misurazione è diventata essa stessa un elemento narrativo.

Dal punto di vista del design dell’informazione, le playlist ufficiali e le classifiche rappresentano un sistema di data visualization narrativa: ogni aggiornamento racconta qualcosa sull’umore del pubblico, sulle canzoni che restano nella testa dopo la serata.

Il palco come medium: scenografia e comunicazione visiva

Il palco di Sanremo 2026 è progettato per essere fotogenico su qualsiasi angolazione: le telecamere possono girarlo, inquadrarlo dall’alto, dal basso, dal lato, e ogni inquadratura restituisce una composizione visiva coerente. La cupola — una sorta di arco che fluttua sopra al palco — non è solo decorativa: è comunicazione visiva tridimensionale.

Gli schermi LED ad altissima risoluzione non mostrano semplicemente sfondi: diventano estensioni della performance, cambiando stile visivo a seconda dell’artista in gara. È come avere un sistema di visual identity dinamico, capace di adattarsi a ogni singolo artista senza perdere il filo del racconto complessivo.

palco di Sanremo 2026

Intelligenza artificiale: il coraggio dell’errore (e i suoi limiti)

Arriviamo al capitolo più controverso di Sanremo 2026, quello che ha generato più discussioni anche fuori dalla bolla degli appassionati di design e tecnologia.

Cosa è successo esattamente

Era stata annunciata come la prima edizione arricchita dai prodigi dell’intelligenza artificiale. TIM, Main Partner del Festival, aveva promesso che nel corso delle varie serate avrebbe arricchito con suggestioni visive le canzoni storiche eseguite live dall’Orchestra di Sanremo.

Il debutto, però, ha deluso le aspettative. A metà prima serata, sulle note di Papaveri e Papere di Nilla Pizzi, la regia ha mandato in onda un breve sketch AI che avrebbe dovuto trasformare in papere e anatroccoli il pubblico in platea e lo stesso Carlo Conti. Il risultato è stato descritto da Fanpage.it come un effetto allucinatorio che sembrava provenire direttamente dal 2023.

“Un prodotto che praticamente qualsiasi app di AI generativa — da CapCut a Sora, passando per Midjourney — sarebbe stata in grado di superare. Nel 2026, quello standard non basta.” — Fanpage.it

Perché è un problema di design, non solo di tecnologia

Questo è il punto centrale della questione, dal punto di vista della comunicazione visiva: introdurre una tecnologia potente in un contesto ad altissima visibilità senza una cura adeguata per la qualità del risultato finale è una scelta che mette a rischio sia la credibilità della tecnologia stessa, sia quella del brand che la propone.

Non è un problema di intelligenza artificiale in quanto tale. È un problema di progettazione dell’esperienza. La scelta del contenuto — deformare il pubblico in papere — poteva funzionare come omaggio nostalgico se eseguita con una qualità visiva all’altezza. Senza quella qualità, il messaggio che arriva al pubblico è: questa tecnologia non è ancora pronta.

Una lettura più generosa: l’ipotesi narrativa

C’è però un’interpretazione più affascinante: usare le serate del Festival come metafora dell’evoluzione dell’AI stessa, partendo da un risultato volutamente grezzo per arrivare, serata dopo serata, a qualcosa di sempre più sofisticato.

Se fosse questo il progetto, sarebbe un esempio brillante di storytelling tecnologico. Ma comunicarlo con una narrazione esplicita, con una cornice concettuale chiara fin dalla prima serata, avrebbe reso l’esperimento molto più potente e comprensibile per il grande pubblico.

La domanda che rimane aperta

Quando una tecnologia non è ancora abbastanza matura per il pubblico a cui è destinata, è meglio non usarla, usarla in contesti più controllati, o usarla comunque accettando pubblicamente i suoi limiti?

Non esiste una risposta universale. Ma è esattamente il tipo di decisione che chi lavora in comunicazione, design e media si troverà sempre più spesso a dover prendere nei prossimi anni.

immagine della prima serata con intelligenza artificiale fonte: Fanpage.it

Cosa possiamo imparare da Sanremo

Settantasei anni di storia offrono lezioni preziose per chiunque si occupi di comunicazione, design o media:

  • La coerenza costruisce riconoscibilità. Sanremo è cambiato moltissimo nel tempo, ma ha sempre mantenuto una continuità di valori che lo rende immediatamente riconoscibile. La visual identity più efficace non è quella più originale, ma quella più coerente nel tempo.

  • L’innovazione tecnologica richiede accompagnamento progettuale. Ogni nuova tecnologia ha funzionato meglio quando è stata integrata con attenzione all’esperienza dell’utente e alla qualità visiva complessiva.

  • La narrazione deve adattarsi al medium, non il contrario. Il contenuto pensato per la televisione non funziona automaticamente sui social. Ogni piattaforma ha il suo linguaggio e richiede una progettazione specifica.

  • Il pubblico è parte del racconto. Dal televoto ai meme su TikTok, Sanremo ha progressivamente integrato la partecipazione del pubblico nella propria narrazione. La distinzione tra produzione e fruizione è più sfumata che mai.

Conclusione: Sanremo come specchio dei media italiani

Da concorso canoro nato per vendere fiori a piattaforma comunicativa integrata e multimediale: l’evoluzione di Sanremo è, in fondo, la storia dei media italiani.

Ogni trasformazione tecnologica del Paese — la radio, la televisione in bianco e nero, il colore, il digitale, i social, l’AI — ha trovato in Sanremo un laboratorio di sperimentazione e un indicatore dello stato dell’arte della comunicazione italiana.

La sfida per il futuro è ambiziosa: mantenere l’equilibrio tra innovazione continua e continuità identitaria, tra l’apertura verso nuovi linguaggi e la preservazione di quel valore simbolico che fa di Sanremo un rito collettivo unico nel panorama culturale italiano.

In questo equilibrio risiede la capacità del Festival di restare, settantasei anni dopo la sua nascita, il punto di riferimento per chiunque voglia capire come comunica l’Italia.

E voi? Seguite Sanremo anche per solo per la musica? Scrivetelo nei commenti — sono curioso di sapere cosa notate 👇

questo articolo è creato da Marco Zarini

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