Un percorso di visita in cui l’astrazione diventa paesaggio interiore
MAGA Gallarate
Entrare al MA*GA di Gallarate per visitare Kandinsky e l’Italia è come varcare una soglia che separa il mondo delle cose riconoscibili da quello delle intuizioni. La mostra, curata da Elisabetta Barisoni ed Emma Zanella, si presenta come un racconto in tre grandi parti: un percorso che attraversa oltre 130 opere e che mette in dialogo il pensiero di Kandinsky con quello di molti altri artisti come Paul Klee, Jean Arp, Joan Miró, Alexander Calder e Antoni Tàpies. Fin dai primi passi si percepisce che non si è lì per “vedere” dei quadri, ma per approfondire un’idea: quella che l’arte possa liberarsi dal peso della rappresentazione e diventare spazio mentale. L’inserimento del progetto nel programma culturale che accompagna le Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 sembra quasi naturale: qui non si celebra un evento, ma un modo di guardare il mondo. MAGA Gallarate
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La prima parte del percorso di visita ha il sapore delle origini, di quando tutto era ancora in bilico e ogni forma sembrava una scoperta. Camminando tra le sale si ha la sensazione di entrare in un laboratorio di idee dove il colore, la linea e la superficie cercano una nuova grammatica. Kandinsky è una presenza costante, ma non dominante: intorno a lui si muove una costellazione di artisti che condividono lo stesso desiderio di superare il visibile. Le opere dialogano tra loro come se fossero appunti di uno stesso grande discorso e il visitatore diventa parte di questa conversazione silenziosa. Non si contano i quadri, non si cercano firme: si segue piuttosto un flusso, una corrente che lentamente ti abitua a guardare senza chiedere spiegazioni.
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Proseguendo l’orizzonte si allarga e l’Europa entra in scena come un grande territorio di sperimentazione. Qui il percorso espositivo, pur restando fedele alla sua natura narrativa, fa sentire la ricchezza di una vera costellazione di voci: più visioni e modi di intendere l’astrazione come lingua comune. Le oltre 130 opere non sono mai percepite come una somma, ma come un paesaggio in movimento dove ogni sala è una tappa e ogni passaggio un cambio di luce. Si ha l’impressione di attraversare non tanto una mostra quanto un’epoca che si sta formando sotto i propri occhi con tutte le sue incertezze, le accelerazioni improvvise e le intuizioni folgoranti.
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Quando il racconto si avvicina all’Italia, qualcosa cambia nel tono, come quando un viaggio all’estero comincia lentamente a riportarti verso casa. L’eredità di Kandinsky non è più solo una lezione, ma diventa materia viva. Si avverte il clima dei gruppi che hanno provato a ridisegnare il linguaggio dell’arte nel Bel Paese come Forma o il Movimento Arte Concreta e le opere sembrano portare ancora addosso quella tensione tra ordine e libertà. I lavori di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo ed Emilio Vedova non chiudono un discorso, lo rilanciano: il segno si fa più fisico, il colore necessario e la superficie diventa quasi un campo di battaglia emotivo.
Qui il visitatore capisce che l’astrazione non è mai stata una fuga dalla realtà, ma un modo radicale di attraversarla.




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